“Mi sono fermato. Ho atteso che in lontananza divenissi un linea verticale sempre più piccola, poi un punto, poi più niente. Solo aria ed orizzonte. Ma per quanto mi sforzassi di convincermi che quella era davvero la fine, l’unica fine possibile, la sola e necessaria, ho continuato a rimanere immobile in quella posizione, con lo sguardo perso nel vuoto che cercava l’ombra della linea che eri. Allora ha iniziato a piovere, e tutto s’è fatto confuso. Mentre le gocce mi invadevano gli occhi ho avvertito una musica di violini tristi che riempivano lo scroscio dell’acqua che scorreva sul cemento grigio. Poi è arrivato il silenzio, ed è stato come un sollievo. Ma è durato un attimo soltanto, e un secondo dopo era finito tutto ed io ero di nuovo lì, nella posizione di partenza. È passata un’auto ed ha percorso la tua stessa direzione. I suoi movimenti combaciavano con i tuoi, fino a che non ha occupato il tuo stesso spazio. È stato allora che ho realizzato il tuo addio, e mentre l’auto scompariva come avevi fatto tu ho capito che esiste sempre una sola strada da percorrere, e che ognuno lo fa a velocità differenti. Tu l’hai fatto con la lentezza che si deve alle cose importanti, ma anche a quelle dolorose. Questo ti ha reso speciale. Non l’inizio, o la strada percorsa insieme, ma piuttosto quella che hai camminato da sola. Mi sono voltato e ho ripreso anche io il mio cammino, senza fretta. E lì è venuto il momento più difficile, quello in cui la nostra separazione diventava una questione anche mia. Ho dovuto calibrare il passo del nostro allontanarci, cercando di comprendere se fosse meglio fuggire via da tutta quella sofferenza o cercare di tenerla ancora un po’ vicino. Mi rendo conto solo ora che, probabilmente, sto ancora camminando senza mai andare veramente lontano.”

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Pubblicato da: Andrea | 15 gennaio 2010

E mentre guardavamo apparire il giorno.

“E mentre guardavamo apparire il giorno, mentre, tra le imposte semichiuse, la luce ci invadeva gli occhi e la stanza e tu strizzavi le palpebre per non lasciarti sopraffare, ho realizzato all’improvviso che nulla può essere per sempre, che la natura ha cicli da rispettare, ha mutazioni insolite e necessarie, ha separazioni dolorose, antiche morti e nuove vite. Allora ho capito che quello non era che un ulteriore giorno verso la fine, e che prima o poi sarebbe venuto un tramonto senza che nessuna alba lo seguisse, e ci sarebbe stata necessariamente una giornata senza sole, forse domani o tra mille anni, forse nel momento più inaspettato, ma sarebbe arrivata come arriva la notte.”

Pubblicato da: Andrea | 16 dicembre 2009

Ogni isola trova un punto in mezzo al mare, ed è il suo punto.

“Ogni isola trova un punto in mezzo al mare, ed è il suo punto. Potrebbe vagare per migliaia di kilometri, magari senza fermarsi mai, e invece decide di fermarsi proprio lì, lì e da nessun’altra parte, come se sentisse un’attrazione indefinita che la tiene ancorata sul fondo, quel fondo specifico.
Vedi, la cosa importante non è il punto in cui andrai a porre le tue radici, nè il tempo che ci impiegherai per trovare quello giusto. La cosa importante è il viaggio che ancora ti separa da quel punto, e gli spazi che attraverserai per arrivare a quel minuscolo millimetro in mezzo all’infinito. Quel millimetro, il tuo millimetro: sarà lui, che chiamerai casa. Lui, che non vorrai mai più abbandonare.”

Pubblicato da: Andrea | 10 dicembre 2009

Le cose accadono tra buio e luce

“Le cose accadono tra buio e luce, lì dove l’incontro tra fotoni e cenere produce l’orizzonte, il confine degli eventi. Noi vaghiamo su questo confine. Camminiamo tenendoci per mano, per non cadere. Ci aggrappiamo ai rumori che avvertiamo nell’oscurità, in modo da non dimenticare lo scopo per cui siamo venuti. Ma finchè il nostro passo seguirà questa linea retta, non capiremo mai la dolcezza del mondo, perché saremo sempre qui, su questo confine, senza mai conoscere la distanza. Siamo noi, quella distanza: due punti che camminano senza una direzione precisa, che non si allontanano di un solo metro. Possiamo solo proseguire con il volto diviso: da un lato questo giorno che ci ricorda l’inizio, dall’altro questa notte che ci indica la fine. Siamo in mezzo a tutto, senza sapere dove perderci.”

Pubblicato da: Andrea | 11 novembre 2009

l’attimo dopo.



l’attimo dopo., inserito originariamente da Paddino.


[ View On Black, in its world ]

Pubblicato da: Andrea | 10 novembre 2009

l’attimo prima.



l’attimo prima., inserito originariamente da Paddino.


[ Listen + View On Black]

Pubblicato da: Andrea | 12 ottobre 2009

come cadono le stelle.

Mi ricordo quando dicevi che i sogni cadono come cadono le stelle, ma mentre si schiantano non c’è nessun bagliore.
I sogni muoiono, e basta.
E mi chiedo se il cielo abbia smesso di piangere, o se servirà ancora ripararsi da questa tempesta di meteore fragili.

Pubblicato da: Andrea | 7 settembre 2009

l’altra metà del cielo.



l’altra metà del cielo., inserito originariamente da Paddino.


Sto scrivendo una storia che parla d’amore. E non per forza tra due persone. Parla d’amore, e basta. Perché tutto quello che serve a volte è un’emozione, e se sai che c’è allora va tutto bene e il resto non conta niente.

Pubblicato da: Andrea | 28 agosto 2009

il mondo fuori.



il mondo fuori., inserito originariamente da Paddino.


Qualche notte fa c’era un bambino che piangeva, giù in strada, non saprei dirti se per gioia o disavanzo d’affetto. Piangeva e il suo pianto veniva da lontano, come un suono flebile che accarezzava dolcemente le finestre.
Poi c’era un cane che abbaiava alle onde. Abbaiava confusamente e ostinatamente, cercando di portare indietro il destino che il vento aveva allontanato insieme ai resti di qualche granchio spaventato. Tutto nuotava verso un’isola remota cresciuta chissà come al centro del Pacifico, un’isola abitata da lenzuola e spiriti, nata e morta lì in un tempo oscuro. Il tetto del mondo si era nascosto dietro l’orizzonte, e per quanto ogni animale vi tendesse, c’era sempre uno scoglio aguzzo a bloccare la strada. Ecco, io stavo in questa stanza costruita sopra lo scoglio, e guardando in mezzo agli uomini avvertivo i loro sentimenti, i loro rumori.
Ascoltava e vedevo, ma a volte vedere è più doloroso che vivere. Ed io mi sono rattristato per quel bambino che non sapeva dove dirigere la propria innocenza, o per quel cane che non poteva sfogare la propria rabbia azzannando il mare; perché il vento era ambiguo e non desiderava giocare con lui: il vento voleva soltanto portare via metri di terra ed affossarli sotto quell’isola lontana. Metro dopo metro, fino a consumare ogni spazio vitale. Fino a che il mare avrebbe inghiottito anche quel cane trascinandolo lontano.
Penso che sia atroce vedere la sofferenza degli altri, poter osservare il mondo fuori. È come essere impotente di fronte ad un’esistenza così differente dalla tua, e per questa così sottilmente legata a te. Come giocare una partita persa in partenza, contro se stessi, il mondo l’acqua il vento. O chissà quale altro potente avversario. Stavo seduto lì ad aspettare le onde, ed era come attendere che il tempo bruciasse – anche se dentro una stanza costruita sopra uno scoglio di un’isola oltremare.
Ho provato a chiudere gli occhi, ad alleggerire la stanza dai pesi del mondo. Ma il tetto mi ha schiacciato, e la sua dose s’è fatta strada.
Ho creduto di morire, come il bambino e il cane. E neppure sapevo cosa fosse quella sofferenza infinita che mi aveva trascinato sul fondo, tra le conchiglie e i sassi.

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Pubblicato da: Andrea | 27 agosto 2009

quello che comincia. quello che finisce.



quello che comincia. quello che finisce., inserito originariamente da Paddino.


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