Pubblicato da: Andrea | 8 ottobre 2010

Fu ripensare al suo nome.

“Fu ripensare al suo nome – le poche lettere che lo componevano, il modo sinuoso in cui si mescolavano i suoni al solo pronunciarlo – che riportò all’improvviso a galla ogni dettaglio della nostra storia. Ebbi l’impressione che nel suo nome si fosse nascosto tutto: dai suoi occhi socchiusi che mi guardavano nella prima luce del giorno, quando il nostro risveglio dava il via al mondo, alle carezze leggere che sapeva regalarmi quando i nostri corpi riposavano vicini. C’era la felicità, in quel nome, e tutto ad un tratto riuscivo a ricordarla con estrema precisione, in ognuno dei suoi piccoli dettagli d’euforia. Ma dopo un po’, passata l’estasi iniziale, alla felicità si accompagnò il resto, venne il dolore e il pianto, e la delusione nell’osservare come un semplice nome mi avesse strappato via ogni cosa: come se l’infinito universo fosse stato compresso in una parola, e il senso di ogni cosa non fosse stato altro che una caratteristica terribilmente effimera e sfuggevole di un essere umano. Un nome: oggetto ripetibile, impersonale, donato dalle madri a migliaia di figli differenti. Un nome, il suo, che diede forma alle cose rubandone l’essenza, rendendola tanto comune da non essere mai stata ricordata fino ad allora.”

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  1. *_*


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