Pubblicato da: Andrea | 28 agosto 2009

il mondo fuori.



il mondo fuori., inserito originariamente da Paddino.


Qualche notte fa c’era un bambino che piangeva, giù in strada, non saprei dirti se per gioia o disavanzo d’affetto. Piangeva e il suo pianto veniva da lontano, come un suono flebile che accarezzava dolcemente le finestre.
Poi c’era un cane che abbaiava alle onde. Abbaiava confusamente e ostinatamente, cercando di portare indietro il destino che il vento aveva allontanato insieme ai resti di qualche granchio spaventato. Tutto nuotava verso un’isola remota cresciuta chissà come al centro del Pacifico, un’isola abitata da lenzuola e spiriti, nata e morta lì in un tempo oscuro. Il tetto del mondo si era nascosto dietro l’orizzonte, e per quanto ogni animale vi tendesse, c’era sempre uno scoglio aguzzo a bloccare la strada. Ecco, io stavo in questa stanza costruita sopra lo scoglio, e guardando in mezzo agli uomini avvertivo i loro sentimenti, i loro rumori.
Ascoltava e vedevo, ma a volte vedere è più doloroso che vivere. Ed io mi sono rattristato per quel bambino che non sapeva dove dirigere la propria innocenza, o per quel cane che non poteva sfogare la propria rabbia azzannando il mare; perché il vento era ambiguo e non desiderava giocare con lui: il vento voleva soltanto portare via metri di terra ed affossarli sotto quell’isola lontana. Metro dopo metro, fino a consumare ogni spazio vitale. Fino a che il mare avrebbe inghiottito anche quel cane trascinandolo lontano.
Penso che sia atroce vedere la sofferenza degli altri, poter osservare il mondo fuori. È come essere impotente di fronte ad un’esistenza così differente dalla tua, e per questa così sottilmente legata a te. Come giocare una partita persa in partenza, contro se stessi, il mondo l’acqua il vento. O chissà quale altro potente avversario. Stavo seduto lì ad aspettare le onde, ed era come attendere che il tempo bruciasse – anche se dentro una stanza costruita sopra uno scoglio di un’isola oltremare.
Ho provato a chiudere gli occhi, ad alleggerire la stanza dai pesi del mondo. Ma il tetto mi ha schiacciato, e la sua dose s’è fatta strada.
Ho creduto di morire, come il bambino e il cane. E neppure sapevo cosa fosse quella sofferenza infinita che mi aveva trascinato sul fondo, tra le conchiglie e i sassi.

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