Pubblicato da: Andrea | 28 giugno 2007

[FILM] XXY

15 anni. A quest’età è già difficile essere maschio o essere femmina. Figurarsi essere tutti e due.
Un film su un tema mai affrontato: l’ermafroditismo. Applaudito (e anche contestato) a Cannes 2007.

XXY nella terminologia medica si riferisce alla sindrome di Klinefelter, che produce un’anomalia genetica provocando un errato sviluppo sessuale nel nascituro. Pur non essendo propriamente il vero tema della pellicola, la scelta di questo titolo è comunque azzeccata e si avvicina molto alla storia raccontata. La storia è quella di Alex, quindicenne alle prese con la crescita e la maturazione, che cela un incoffessabile segreto: è ermafrodita. Possiede organi sessuali sia maschili che femminili e, nonostante i genitori l’abbiano sempre cresciuta come una ragazza, giunta nel periodo dell’adolescenza comincia ad avvertire i primi problemi legati alla propria non-identità sessuale. A complicare le cose ci si mette l’arrivo di una famiglia di amici, con il padre che è un famosissimo chirurgo e vorrebbe studiare il caso di Alex, e soprattutto con il figlio Alvaro, alle prese con l’accettazione e la scoperta della propria omosessualità. Alex cercherà di capire, grazie ad Alvaro, quali sono le sue reali pulsioni sessuali, e dovrà fronteggiare per la prima volta nella vita l’ignoranza della gente e la difficoltà di accettazione, oltre a dover operare una scelta per il proprio futuro che a pochi è data: scegliere se essere maschio o femmina.
Il tema affrontato dalla regista argentina Lucia Puenzo in questo lungometraggio è difficile e commovente, e destinato a ricevere sia critiche che applausi. Sicuramente la regista riesce a raccontare la storia in maniera asciutta, senza mostrare troppo ma concentrandosi non tanto sulla fisicità, quanto sulla psicologia dei personaggi. I primi piani sporchi e i lunghi silenzi danno risalto alla vicenda e creano il giusto pathos nello spettatore. Peccato che si avverta a tratti una sorta di mancanza, come se il film fosse stato montato frettolosamente e dimenticasse di dirci qualcosa, di approfondire certi discorsi o certe relazioni interpersonali. Suppongo sia per colpa del basso budget di realizzazione, più che per una reale scelta registica.
Gli attori sono bravi, a cominciare dalla giovane Inés Efròn (Alex) che tratteggia il giusto carattere da maschiaccio inserito in un corpo in cui è velata ma presente una sensualità femminile. Non tutti i personaggi sono comunque ugualmente importanti nel film: da sottolineare, curiosamente, l’importanza dei padri nella storia e la quasi assenza di interesse verso le madri, che svolgono solo un inferiore ruolo da comprimarie. Il padre di Alex (il famoso attore argentino Riccardo Darìn) è fondamentale nella vicenda, impegnato prima a proteggere la figlia e poi ad assecondare senza riserve tutti i suoi desideri; quello di Alvaro è invece l’opposto, convinto che sia più salutare denigrare il figlio, reo di apparire “finocchio” e senza qualità.
Il tema della diversità, intesa a 360 gradi, e dell’accettazione dominano la pellicola. Diversità tra Alex e gli altri ragazzi/e, diversità tra Alvaro e suo padre, diversità tra il ricco e il povero, tra chi ama e chi odia. Sicuramente gli spunti di riflessione ci sono, e molti, specie nella seconda parte del film in cui si è ormai calati nella vicenda e si può approfondire totalmente la psicologia della protagonista e di coloro che la circondano. Poche le frasi retoriche (e sarebbe stato facile caderci) e abbastanza quelle ad effetto, spesso taglienti e dirette.
Complessivamente una buona opera, vincitrice della Semaine de Jeunesse e del Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes. Non un capolavoro, ma un bel film che affronta in maniera più che dignitosa un tema che in altre mani sarebbe potuto diventare un drammone melenso e lassativo. Comunque ancora una volta un film da vedere (ormai in dvd, sperando esca), proprio per la sua diversità: quella raccontata ma anche quella che lo distingue da tante altre pellicole sull’adolescenza.

Postscriptum: aldilà del giudizio sulla pellicola, è sempre un peccato che certi film “da festival” vengano poi relegati a stupide proiezioni estive in un totale di 16 sale (!) in tutta Italia. La dimostrazione che il cinema segue la via della commercialità tralasciando spesso opere intense destinate purtroppo ad un pubblico di nicchia.
Detto ciò, è stata una fortuna trovare XXY in un cinema di Monza e poterlo quindi vedere, dato che ne avevo letto buone recensioni e mi ispirava abbastanza. Ed è stato anche piacevole osservare di non essere soli in sala.

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