Pubblicato da: Andrea | 26 maggio 2007

Estate eterna

ETERNAL SUMMER

Un film intenso e toccante, dolce come l’amore e amaro come l’adolescenza, dove ognuno cerca di non rimanere solo e di vivere l’affetto a proprio modo. Un’opera che colpisce per l’abilità narrativa e l’impressionante maestria visiva.

Jonathan e Shane si conoscono fin da piccoli e coltivano una grande amicizia nata per forza ma consiladatasi nel tempo. Un giorno durante il college irrompe nella loro vita la hongkonghese Carrie, una ragazza che sconvolgerà senza cattiveria e suo malgrado il delicato equilibrio sentimentale dei due ragazzi e li porterà, in un percorso spesso tormentato, a riconsiderare prima se stessi e poi il rapporto con l’altro. Jonathan dovrà accettare pian piano l’amore per l’amico di infanzia, mentre Shane proverà a migliorarsi fronteggiando le sue insicurezza e la sua solitudine.
E’ un film bello e maturo, quello di Leste Chan, presentato in Italia al FarEast di Udine 2006 e classificatosi sesto nella classifica di pubblico. Un film che dipinge i sentimenti e i rapporti con una delicatezza incredibile, e tralascia i facili clichè del cinema orientale di genere per abbandonarsi invece ad una narrazione molto occidentale. E se la storia è, in fondo, apparentemente classica e quasi banale, il modo con cui questa si sviluppa brilla di una luce insolita. L’interesse di Chan si sviluppa totalmente sui tre protagonisiti, i cui volti riempiono lo schermo e bastano spesso per comunicare più di quelle parole che continuamente vengono trattenute. Il mondo esterno finisce per scomparire e quello che vediamo è il microcosmo dei sentimenti di Jonathan, Shane e Carrie. Un microcosmo fatto di insicurezze, di paure, di tristezze, ma anche di amicizie e amori che apparentemente – ma solo apparentemente – superano ogni ostacolo.
Il regista pecca forse di eccessivo lirismo in alcuni tratti e calca la mano con una colonna sonora che invade ogni scena, quasi tema i doverosi silenzi. Ma è bravo quando si tratta di costruire ogni inquadratura con una fotografia che impressiona per la maestria con la quale viene scelta. Ogni taglio, ogni movimento di macchina appaiono misurati e perfetti e contribuiscono ad aumentare la carica emozionale della pellicola.
Gli attori, anch’essi dai tratti decisamente occidentali, fanno un lavoro eccellente. Shane (Joseph Chang) in primis, che fornisce una caratterizzazione evidente della maturazione vissuta dall’inizio alla fine del film. Ma anche Bryant Chang (che interpreta Jonathan) tratteggia per il suo personaggio un’immagine combattuta e fragile, tormentata dall’amore per l’amico e dall’impossibilità di rivelargli quello che prova.
“Nessuno nasce per essere solo”: questa è la tagline del film. Ed è ciò che muove i personaggi, impegnati nella ricerca di un rapporto con gli altri che cancelli la solitudine che ognuno di loro internamente vive. Jonathan vuole amare l’amico perchè ha paura che se non lo facesse prima o poi sarebbe destinato a perderlo. Shane ripete con forza a Jonathan che sono “best friends“, in un modo così totalizzante da escludere qualsiasi rapporto esterno ma anche così puro da mostrare un’immenso bisogno di affetto che nessuno, a parte Jonathan, è mai stato in grado di dargli. Carrie si inserisce tra i due e non socializza con nessun altro; e nel suo tentativo disastroso di mettere a posto le cose suggerisce il desiderio e la necessità di vivere quel rapporto a tre così impossibile da mantenere stabile ma così forte proprio per la sua instabilità. Non solo: gli intrecci che si sviluppano tra i tre protagonisti, che si muovono sempre tra amicizia e amore, sono la dimostrazione di quanto importante per loro sia mantenere una vicinanza tanto necessaria quanto ambigua. Emblematico è, in questo senso, Shane; che reagisce alla (ancora velata) confessione d’amore di Jonathan non allontanandolo, piuttosto tentando un avvicinamento che finisce per confondere ulteriormente la loro situazione.
Il film ha una struttura circolare; si apre con una meravigliosa inquadratura del mare e ci mostra da subito i tre protagonisti, per poi narrare nella parte centrale i passi e le ragioni che li hanno portati fino a lì. Nella prima parte viene raccontata l’infanzia di Jonathan e Shane e viene spiegato l’inizio della loro amicizia. Nella seconda parte, più lunga, viene descritta la loro adolescenza. Ed è questo il momento migliore del film, che mostra con forza il passaggio verso la consapevolezza di sè e porta dolcemente i protagonisti verso un rassicurante finale. Che è un finale aperto, non chiarisce e non conclude la storia: si limita a chiudere un ciclo lasciando aperte differenti possibilità di sviluppo futuro. Ma lascia nello spettatore un senso di inaspettata felicità: la speranza che i sentimenti buoni vincano su tutto il resto e siano più forti delle avversità.
Una vera sorpresa nel cinema Taiwanese, da alcuni considerato un nuovo Jules e Jim o accostato a Wong Kar Wai (ricordate il gioiello Happy Together, miglior film a Cannes 1997?). Comunque tra le migliori opere della passata stagione cinematografica. E sicuramente tra i migliori lavori di genere, tra i più capaci di descrivere la delicatezza e la difficoltà dell’essere adolescente. Un prodotto che è solo superficialmente a tematica omosessuale, ma in senso più vasto descrive l’amore e il bisogno di essere amati, indipendentemente dal genere o dall’età. E non ha paura di mostrare i pianti e far sentire le parole.

Da vedere. E comunque, finisce nell’elenco dei miei preferiti.
(Si trova sul mulo, in lingua originale con sottotitoli in inglese. Basta cercare “Eternal summer”)

“Siamo cresciuti, ormai. E quando cresci, ogni cosa cambia”

Titolo originale: Sheng xia guang nian
Regia: Leste Chen
Sceneggiatura: Hsu Cheng-ping
Fotografia: Charlie Lam
Montaggio: Ku Hsiao-yun
Musiche: Zane Yang, Howie Chou
Interpreti: Bryant Chang, Hsiao-chuan Chang, Kate Yeung
Produzione: Three Dots Entertainment Company
Nazione: Taiwan
Anno: 2006
Durata: 96 min.
Caratteristiche tecniche: 35mm – Colore – Dolby Digital

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