Pubblicato da: Andrea | 13 dicembre 2006

La morte silenziosa di Welby

C’è una notizia che il telegiornale continua a dare insistintemente in questi giorni: il caso Welby. Non serve che ripeta di che cosa si tratta: chiunque abbia in casa una tv o legga un giornale sa benissimo a cosa mi riferisco. Ma per chi non ha seguito la vicenda eccone un breve riassunto, necessario per inquadrare i fatti.
Piergiorgio Welby è un uomo che da diversi anni convive con il dramma di una malattia, che probabilmente è la più subdola di tutte: la distrofia muscolare progressiva. Questo uomo, questo ragazzo che ragazzo non è potuto essere, ha visto di anno in anno peggiorare le proprie condizioni, si è visto privare della possibilità di compiere i gesti più naturali da una natura cinica e insensibile. Fino allo stadio finale, che lo vede bloccato a letto, nell’impossibilità di muovere qualsivoglia muscolo, costretto ad utilizzare un respiratore artificiale, ad alimentarsi con flebo e a parlare con un software vocale. Una vita che non è più vita.
Ebbene, Piergiorgio ha scritto una toccante lettera al presidente della Repubblica semplicemente per portare alla luce il proprio caso, che è il caso purtroppo di tante altre persone e per il quale ancora non esiste una soluzione medica. E ha scritto per chiedere un po’ di comprensione alla gente, per far capire quanto può essere doloroso e difficile vivere un’esistenza così tragica e quanto necessario cercare una via di fuga alternativa.
Ebbene, il caso Welby ha scatenato l’ennesimo, acceso dibattito riguardo all’eutanasia e all’accanimento terapeutico. Leggo dai quotidiani che giusto ieri il Papa si è espresso -come di consueto – sull’argomento, usando parole poetiche come “morti silenziose” ed altre più incisive – ma decisamente fuori luogo – come “scempio“. Come al solito, ottimi discorsi di retorica, validi per chi ha una vita, decisamente più difficili da digerire per chi praticamente è morto da anni. Com’è possibile parlare di bellezza della vita ad un uomo che da anni non può muoversi, nutrirsi, parlare, respirare? Bastano le facoltà intellettuali a farci apprezzare la vita? O sono forse la nostra condanna: l’obbligo a riflettere ogni istante sulla nostra condizione di malati? Può una persona come Welby credere davvero che ci sia un “meraviglioso disegno divino” dietro a tutto questo?
Non entro nel merito della religiosità o della morale cattolica: ognuno è libero di credere in ciò che vuole e, se ciò permette di vivere meglio i propri giorni, allora ben venga. Ma mi preme riflettere su questo: fino a che punto si può davvero discutere su un argomento che non solo non si conosce, ma neanche si vive sulla propria pelle? Non sarebbe molto meglio -certe volte- tacere e arrendersi alla fatale evidenza della fragilità dell’uomo?
Sono con Piergiorgio in questo momento, sono con lui nella sua battaglia legale in cui chiede che gli sia finalmente concessa un po’ di pace. Anche se questo dovesse richiedere il sacrificio umano più atroce: togliersi la vita. O farsela togliere, visto che Piergiorgio non sarebbe in grado, da solo, neanche di fare questo. Per non soffrire più lui, per non far soffrire più gli altri che in questi anni gli hanno voluto e continuano a volergli bene.
La vita è il dono più prezioso, per chi ce l’ha. Nessuno lo nega. Ma per chi non conosce più la felicità, val la pena continuare a soffrire?
Lo ha detto bene Ramon Sampedro, nel suo libro Mare Dentro. Ed io lascio a lui la parola ed a voi la riflessione.

“Il 23 Agosto del 1968 mi sono fratturato il collo dopo essermi tuffato in mare e aver cozzato con la testa contro la sabbia del fondale. Da quel giorno sono una testa viva ed un corpo morto. Si potrebbe dire che sono lo spirito parlante di un morto.
Se fossi stato un animale, mi avrebbero finito con uno dei più nobili gesti di umanità. Mi avrebbero dato il colpo di grazia perchè sarebbe parso loro disumano lasciarmi in quelle condizioni per il resto della mia vita. A volte è una sfortuna essere una scimmia degenere!
I tecnici della medicina dicono […] che un tetraplegico è un malato cronico. Se si usasse un linguaggio più preciso, sarebbe meno fraudolento dire che un tetraplegico è un morto cronico.
Non mi piace far la parte del morto cronico in questa commedia della vita e sopravvivere in funzione degli imbrogli del linguaggio tecnico!”
(Ramon Sampedro , “Mare Dentro. Lettere dall’inferno”)

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Responses

  1. e’ molto bello questo tuo post e mi tocca molto nel profondo. non parlerei pero’ di “assenza di felicita” come un motivo valido per chiedersi se valga la pena o meno di continuare a vivere.
    io, come molti, ho avuto molti momenti di infelicita’ e anche ora non mi reputo felice. pero’ vivo, mi muovo, respiro da solo, conosco nuove persone e cosi’ facendo aumento le mie possibilita’ di essere felice.
    non so se quella di piergiorgio possa essere considerata vita.

  2. Credo sia troppo difficile per chi ha una vita “fruibile” poter sindacare su ciò che sia giusto o sbagliato. Che io sia pure etichettato come anticlericale cronico, ma mi pare che l’uomo sia stato biblicamente dotato di una facoltà chiamata “libero arbitrio”. E’ giusto che ognuno possa decidere della propria vita(o non-vita?), secondo la propria esperienza, secondo le proprie esigenze.
    Sono favorevole all’eutanasia. E, se è vero che quest’uomo l’ha invocata in piena facoltà d’intendere, negargliela corrisponde a negargli la realizzazione della sua libertà.

  3. naturalmente concordo pienamente con adynaton (non so se fosse chiaro dal mio commento)

  4. Sono perfettamente d’accordo con voi.
    X Henry: hai ragione quando dici che l’infelicità non deve essere la scusa dietro ad un gesto “suicida”. Però noi parliamo di infelicità temporanee dalle quali, forse, è possibile uscire. Nel caso in questione, che tipo di infelicità è presente? Forse è qualcosa che non potremo mai capire… certo è che bisogna essere vicini a queste persone, aiutarle a prendere decisioni così sofferte, mai condannare il loro gesto: qualcosa che per l’umo comune è incomprensibile.

  5. Andrea,
    sono assolutamente daccordo con te e del resto con tutti coloro che pensano che la vita, in quanto dono per ogni singolo individuo debba essere rispettata come tale: un bene individuale liberamente e totalmente fruibile dal solo individuo a cui essa appartiene.
    Le controversie generate nel corso degli anni sono a mio parere tutte derivazioni da una bioetica (tristemente) ancora legata alle religioni fondamentaliste. Non capisco proprio come si possa pensare di non rispettare la DECISIONE DI UN UOMO NELLA CONDIZIONE DI NON POTER VIVERE. E’ vero che le casistiche sono molto complesse ma fin’oggi non mi sembra che nessuno sia stato imputabile per il proprio suicidio. Ho letto le testimonianze della compagna di Ramòn Sampedro, in cui lei affermava di essere stata “le sue mani”. Questo mi ha colpito davvero molto. Spero che nessuno trovi offensivo il mio schieramento in merito.
    Saluti!


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