Inserito da: Andrea | 21 Febbraio 2009

uccidimi forte.

Dicevi che la colpa è delle stazioni, per via di tutte quelle loro vie di fuga. Per via delle persone che erano troppe e ti facevano soffocare, ognuna col proprio rimpianto da cui allontanarsi. E ti meravigliavi che non crescessero cipressi ai lati dei binari morti, o che non piantassero croci ai piedi dei crocevia. Soltanto fiori, e non per ricordare. Avevi anche tu la tua corsa da progettare con cura, non fosse altro che ti teneva la mente lontana dalle rigide convinzioni che affollavano i passanti. Senza pensare che i progetti – per definizione – non sono mai solitari. Che in due si allevia anche il peso di una seconda classe polverosa. Mi racconterai anche di quello, della polvere e dei suoi centomila granelli. Così, tanto per dire qualcosa. Che non sempre serve avere un argomento altisonante per comporre le parole. Si può anche buttarle fuori, sputarle a terra, regalarle alla strada: ci sarà sempre qualcuno che le raccoglie, in un modo o nell’altro. Come le storie che di fatto si pescano nei giorni qualunque. Sul cemento, tra la gente, nei visi delle persone che affollano i marciapiedi del centro o le periferie silenziose dove riposa qualche nuvola fumosa. La racconteranno nei libri, questa storia di treni e scappatoie, la racconteranno per dovere di cronaca. Con tutti verbi al posto giusto, ma i soggetti scombinati. Senza le imperfezioni ortografiche di chi osserva di getto. Senza nemmeno l’intuizione di dover necessariamente mentire. Semplicemente, con l’impersonalità di chi sa che le occasioni appartengono sempre a qualcun altro, magari al vicino di casa, quello con l’erba sempre più verde. Un prato finto, per seppelirci il suo universo, e farci passare un’autostrada di niente.


Risposte

  1. ma che ti sei fumato?!


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