«Poi sarebbe arrivato il tuo profumo, come una primavera in anticipo. Un odore familiare, fatto di abbracci e sospiri fugaci, di ricordi e notti insonni. Avrebbe riscaldato l’aria con delle note di zenzero, melodie orientali fatte d’essenza. L’avrei riconosciuto tra mille, quell’odore di pelle sudata, la punta aspra della tua terra, la tua storia concentrata in piccole impercettibili particelle disperse nell’aria. E dopo il tuo profumo, sarebbe arrivato il tuo viso, con i suoi occhi sgranati ad inglobare il mondo, quegli sguardi accesi che nascondevano il pensiero dei tuoi contrasti interiori.
Respirarti e farmi guardare: il solo modo che avevo per diventare parte della tua esistenza. Respirarti e farmi guardare: viverti come la più bella delle mie stagioni, la via più breve per possederti all’infuori di un sogno.»

Pubblicato da: Andrea | 20 novembre 2012

A ogni pace, corrispondeva una tempesta.

«A ogni pace, corrispondeva una tempesta. Nuvole come balconi bianchi da cui osservare il mondo. Perdersi nella corsa che separava terra e cielo, come traiettorie in movimento perpetuo. Fulmini. Ho guardato la notte ed era priva di luce, un immenso sipario blu senza spiragli da cui poter fuggire. Poi il sole del mattino, quando il freddo se ne andava e lasciava spazio alle rondini. Percorrevano i nostri stessi binari, quei medesimi percorsi con cui fuggivamo lontano. È tiepido il mondo. Tiepido e caldo e poi gelido come un Inverno senza fine. Un eterno ritorno di cose che fluttuano, leggere come la pioggia quando risale al cielo e si fa imperfetta. Steso su questo prato lucido dove una sagoma si perde nel ricordo, e ha piegato gli steli, ucciso i fiori, disegnato la sua presenza. Pioverà a breve, stenditi.»

Pubblicato da: Andrea | 15 novembre 2012

Sono successe così tante cose che nemmeno me le ricordo più.

«Sono successe così tante cose che nemmeno me le ricordo più. Tante prime volte. Il primo sguardo, la prima parola. Il primo sorriso, la prima lacrima. La prima discussione, la prima riappacificazione. La prima volta che ho tenuto la tua mano, la prima in cui tu hai lasciato la mia. Tante prime volte che insieme hanno costituito una storia, la nostra storia. O, se preferisci, la tua storia e la mia storia. Se ripenso alla sera in cui ci siamo conosciuti provo un misto di leggerezza e angoscia. Mi hai cambiato la vita come nessuno prima di allora, e in quel preciso istante non me ne rendevo conto. Non potevo rendermene conto. Quello che è venuto dopo è stato naturale quanto l’alternarsi di notte e giorno. Dormire, mangiare, amarti, dimenticarti. Pensare che a ogni nuovo inizio potesse non corrispondere una fine. Eppure, ogni volta c’era una prima volta. Il primo contatto, la prima assenza. Il primo ciao, il primo addio. Perdersi e poi trovarsi e poi perdersi ancora. È successo così tante volte che nemmeno me le ricordo più. Succederà ancora, e io sarò lì ad aspettarti, come sconosciuti pronti a scoprirsi per l’ennesima, prima volta.»

«Soprattutto di notte, è il momento in cui sognare diventa un peso. Sognare, sognarti. C’è questa stanza vuota in cui non c’è nient’altro che aria e polvere. Una stanza senza finestre, con le pareti bianche e luminose che mi abbagliano. Avverto una sensazione di disgusto, di non-appartenenza. Mi volto alla ricerca di un punto concreto, qualcosa che mi permetta di ridefinire i contorni e dare un volume a questa assenza. È in quel momento che la distanza si fa densa, corporale. C’è il tuo viso che prende essenza nella luce. C’è il tuo corpo che ridisegna i confini, unico destino a cui giungere. Cammino lentamente verso di te, ma ad ogni metro la lontananza si agguerrisce, riconsidera i suoi spazi. Più mi avvicino, più essa aumenta. Più assaporo il contatto, più la ricerca mi sfinisce. Poi, c’è quel momento finale in cui crollo a terra, esanime. E proprio quando mi sveglio e la luce si fa buio nella mia camera, e dovrei pensare di essere ormai al sicuro tra i miei confini, è lì che mi sento lontano come non mai. Lontano, lontanissimo. Solo e in una terra straniera nella quale non vedo l’ora di tornare a casa. A te, la mia casa.»

«Domani, quando sentirò le onde infrangersi sulla riva e fare quel fragore immenso, e avvertirò il gelo dell’acqua che mi lambisce i piedi, so già che ripenserò a te, a quel giorno distante nel tempo, a quell’altra vita che non abbiamo mai vissuto e che non vivremo mai, a quello che sarebbe potuto essere se solo i nostri destini si fossero incontrati in maniera differente, in un’altra epoca e in un altro luogo. E mi verrà da sorridere nel ricordo di quei momenti condivisi assieme, quando bastava una tua risata per cancellare tutto il resto, la fatica dei giorni pesanti, la tristezza dei dilemmi quotidiani, la consapevolezza concreta e crudele del nostro essere uniti, ma separati per sempre da una condizione più forte del desiderio umano. E mentre una lacrima mi solcherà le guance e andrà a unirsi al mare, verso un’altra terra, un altro destino, capirò che non ti ho perso perchè era quello che davvero volevo accadesse, ti ho perso perchè ti amavo così tanto da non saperti aspettare.»

Pubblicato da: Andrea | 22 giugno 2011

Spesso tra i tuoi respiri si offusca il tempo.

Spesso tra i tuoi respiri si offusca il tempo. Diventa parallelo alla morte. Dalla finestra un’onda di luce si propaga tra pieghe di vetri che tremano e fanno paura. Le tue parole sono il tappeto del mondo, annego tra i fili d’erba che sono i tuoi capelli. C’è un profumo di sottobosco che mi distrae, racchiuso nei nodi attorcigliati sul mio dito. Hai occhi senza fine in cui comprimi tutto. Battiti d’ali che mi sollevano. Accosto la fronte al petto per ascoltare il rumore della dolcezza. È un fruscio denso di frasi che scalano la pelle e la consumano.

Pubblicato da: Andrea | 25 gennaio 2011

Che poi non è la conclusione, ma il modo.

“Che poi non è la conclusione, ma il modo. Ho passato una vita a ricercare quello perfetto, studiandolo nei minimi dettagli. Voce. Sguardo. Posizione delle mani. Volevo che ogni cosa stesse al suo posto, si incastrasse nella situazione generale esattamente come il tassello di un puzzle si incastra con tutti quelli che gli stanno a fianco. Niente sbavature, o imprecisioni: ogni bordo ritagliato a regola d’arte, sufficientemente irregolare per garantire la giusta dose di difficoltà, ma altrettanto preciso per fare sì di trovare la sua corretta collocazione, senza intoppi. Ecco, in fondo era questo ciò a cui aspiravo. Non un finale perfetto, roba da fuochi d’artificio sparati in cielo a illuminare la città. Nessuno sguardo rivolto verso l’alto, nessuna attesa spasimante di istanti di gioia bramati. No, non doveva essere così: in realtà volevo che a diventare memorabile fosse l’istante appena prima, quello dove avrei preparato il terreno per la scena di chiusura, la più imprecisa e triste di tutta la storia, quell’ultima riga che avevo temuto con ansia e che ora sarebbe arrivata a ribaltare tutto. Eppure non mi preoccupava dover provare sulla mia pelle quel colpo di scena sconvolgente, perchè a contare sarebbe stato solo ed esclusivamente la frase scelta per dire le cose, la modulazione impressa alle parole, il modo di metterle insieme in un mix omogeneo, di costruirsi un dolore nella maniera più atroce e sublime che avrei mai potuto inventare.”

Pubblicato da: Andrea | 20 gennaio 2011

Polvere sui sassi sul selciato

Polvere sui sassi sul selciato
in lontananza come scavi
di stelle cadute in un tempo
nudo, perduto.
Strade di gemiti e grida, e d’ombre
lunghe stirate nel limitar
della sera quando tutto torna
a concludere gli inizi dispersi
e noi scuri come assassini
che non si curano d’uccidere
guardiamo le tende
squarciarsi e diventare
buio.

Pubblicato da: Andrea | 20 gennaio 2011

A volte vorrei essere penombra.

A volte vorrei essere penombra, muovermi in silenzio lungo i pavimenti delle case, entrare di notte dalla tua finestra e dolcemente dedicarti la mia presenza. Vorrei poter ammirare il tuo sonno, conoscere i pensieri felici che ti affollano la testa mentre riposi, farti scudo da quelli tristi diventando il cavaliere azzurro che trasforma i tuoi incubi in sogni da ricordare. Conoscerei i tuoi brividi e diverrei una coperta docile che ricopre la tua pelle negli inverni gelidi. Siederei accanto al tuo letto, e senza pronunciare parole resterei a vigilare sui tuoi capelli sottili che si spargono sul cuscino.
Così, solo perchè tu non debba mai sentire il freddo che fa la solitudine.
Ci sono certe sere che la distanza tra noi è un vuoto incolmabile riempito di giorni insensati e minuti persi ad ascoltare canzoni d’amore per adolescenti. Ogni tanto piango e mi vergogno di non saperne il motivo. Cerco di focalizzare quali siano le mie assenze, o i dettagli che trattengo a me per ricordarmi che vivo ed ho un cuore che batte nel petto. È la parte più estrema del mio sentirmi assurdamente inconcluso.
Penso che ricercarti sia la mia sola ragione per continuare ad esistere. Essere penombra l’unico modo per guardarti senza sciupare la grazia che possiedi nel sorridere mentre dormi.

E alla fine è successo che pensando a te mi è scappato un sorriso. Una cosa timida sfuggita alla mia bocca. Ci sono tutti questi pomeriggi inermi che passano controvoglia, sviluppi inverosimili di giornate vuote riempite di niente. Non che quando c’eri tu fosse poi tanto diverso. Ho la testa occupata da pensieri densi come grumi di cioccolata fondente, di quella che si scioglie nei pentolini che dimentico troppo spesso sul fuoco. Ci sono cose che si sciolgono, ed altre che bruciano solo per attaccarsi sul fondo e non venire via nemmeno grattando. Affilo le unghie per scorticare un pezzo di metallo a forma di cuore.

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