Sino al mattino, un rotolamento esanime sotto le lenzuola. (Sinistra, destra, da capo. Sinistra, destra, ancora.)
Chiedo l’abbandono, la morte dell’anima, la mia salvezza prigioniera.
Chiedo che i miei sogni abbiano un prato in cui trovare riposo,
un prato un albero un punto che siano fermi nell’apparente roteare.
Chiedo che il respiro rallenti e si faccia esanime – ed io con lui,
io con la carne gonfia d’acqua e frammenti di sale,
io con il gemito di colui che non riesce a dormire.
(Se potessi strapparmi gli occhi e poi addormentarmi senza vedere, la chiamerei senza dubbio cecità di un amante: per quanto mi conforti piangere senza scorgere la fine o riposare inutilmente le cavità buie scavate nei lobi.)
Il primo giorno d’inverno, e qualcuno di quelli che lo precedono. Il freddo che lentamente si fa strada. Poche settimane per cambiare radicalmente l’esistenza di Valerio e delle persone che lo circondano. La prima opera cinematografica di Mirko Locatelli è un film asciutto, duro, toccante, che sa riprendere un tema complicato e già raccontato e farne materia nuova, senza retorica. Avevo già avuto la possibilità di vedere il suo precedente mediometraggio, “Come prima”: storia di un ragazzo che diviene disabile a causa di un incidente in motorino, e che vive con difficoltà il ritorno alla consuetudine. Lì, un bravo Mattia De Gasperis ci aiutava da co-protagonista a comprendere il disagio crescente di chi vorrebbe essere normale, ma a causa di un imprevisto ha difficoltà a ricordarsi come si fa. Qui, un ancor più bravo Mattia De Gasperis ci mostra da protagonista il disagio crescente di chi vorrebbe essere normale, ma possiede un carattere ed una insicurezza che lo costringono al ruolo di adolescente solitario e problematico. In entrambi i casi, la rabbia innescherà una storia commovente, triste e spiazzante.
Valerio è un diciottenne come tanti, che trascorre la propria esistenza in un piccolo paese della campagna cremonese dividendosi tra scuola, famiglia, nuoto. Ma Valerio è solo, dimenticato da una madre troppo presa dai propri problemi e da compagni che riescono ad essere con lui – e in generale con chiunque sia diverso – atrocemente crudeli. Così Valerio si costruisce un’esistenza parallela, separata, si allena con costanza per assumere un aspetto più duro, si specchia provando ad imitare le espressioni di coloro che sembrano essere più sicuri e forti di lui. Li segue, li osserva, li spia. Ed un giorno scopre un segreto che è destinato a cambiare se stesso e gli altri. Valerio lo sfrutta per riuscire a modificare la propria posizione, da vittima prova a diventare carnefice. Questo ragazzo timido, con la voce priva di emozione, lo sguardo perso, fa sorridere e commuovere allo stesso tempo. Sorridere, quando prova ad essere feroce, mettendosi una maschera che non gli appartiene. Commuovere, quando tenta di uscire dalla spirale di emarginazione che lo caratterizza. Ma ogni scelta porta con sè inevitabili conseguenze; e Valerio verrà travolto dal loro peso, incapace di sostenere il ruolo di protagonista che faticosamente ha creduto di essere riuscito ad ottenere.
“Il primo giorno d’Inverno” è un film sulle solitudini e le differenze. E’ un film che indaga le difficoltà dell’essere giovane, le necessità di apparire ed essere qualcuno in un mondo ed in un’età in cui conquistare il rispetto degli altri – anche con la forza – è tutto. Locatelli sceglie intelligentemente la strada dei silenzi piuttosto che quella delle parole: e così ci racconta la storia per immagini, per espressioni, attraverso sorrisi amari e pianti liberatori. E’ un film in cui ci si danno botte, fisiche e morali. In cui ognuno cerca di vincere, di primeggiare, e alla fine perdono tutti.
Bella la fotografia, cupa, angosciante, con moltissimi primi piani stretti sui protagonisti e sulle loro angosce, e altrettanti campi larghi sulle campagne del cremonese, su quegli alberi spogli martoriati dal gelo invernale, tra prati silenziosi in cui si consumano chiarimenti ed incomprensioni, e vie di paese mute e solitarie che riflettono le caratteristiche psicologiche di Valerio. Meraviglioso il piano-sequenza nel liceo (che cita VanSant), i passi che rimbombano nei corridoi, l’arrivo nella classe vuota. Fotogrammi ridotti all’osso, come dense fotografie di dolore.
Locatelli e i suoi collaboratori dimostrano come sia possibile trasformare un film a basso budget in un’opera lucida e commovente. Non sarà cinema-capolavoro, a tratti appesantito da alcune ingenuità proprie di questi lavori acerbi e mancanti di mezzi. Ma nel suo piccolo è un film interessante che ha molto da dire: uno spiazzante racconto di formazione, della ricerca di un equilibrio necessario. E’ crescita e comprensione, sofferenza e conquista, tenerezza e dolore. Tutti concentrati e sul punto di esplodere, e scusate se è poco.
Mi persi, e tu sorridi.
“Verrò a cercarti tra i dilemmi di campagna e sarà come incontrarti
per la prima volta in assoluto.”
Allora vieni: cercami tra le spighe di grano
e le formiche raggruppate che assaltano
la merenda dell’uomo in fuga,
cercami tra le monete affossate sotterrate
dai bambini nei loro giochi incompleti
che vorrebbero assomigliare all’amore -
cercami tra le pietre e le zanzare,
tra le vipere che banchettano negli orti,
sotto i solchi della zappa dove lacrima un fiume:
bagna la tua terra e sorprendimi
mentre m’affaccio al nostro mondo.
Trovami la strada di casa, non lasciarla mai sbrogliare:
camminiamo sopra le bici col cestello incerottato
a perdere fiato per chi arriva prima,
improvvisamente sopravvissuti
a quella decadenza, a quello sfumare.
Dicevi che la colpa è delle stazioni, per via di tutte quelle loro vie di fuga. Per via delle persone che erano troppe e ti facevano soffocare, ognuna col proprio rimpianto da cui allontanarsi. E ti meravigliavi che non crescessero cipressi ai lati dei binari morti, o che non piantassero croci ai piedi dei crocevia. Soltanto fiori, e non per ricordare. Avevi anche tu la tua corsa da progettare con cura, non fosse altro che ti teneva la mente lontana dalle rigide convinzioni che affollavano i passanti. Senza pensare che i progetti – per definizione – non sono mai solitari. Che in due si allevia anche il peso di una seconda classe polverosa. Mi racconterai anche di quello, della polvere e dei suoi centomila granelli. Così, tanto per dire qualcosa. Che non sempre serve avere un argomento altisonante per comporre le parole. Si può anche buttarle fuori, sputarle a terra, regalarle alla strada: ci sarà sempre qualcuno che le raccoglie, in un modo o nell’altro. Come le storie che di fatto si pescano nei giorni qualunque. Sul cemento, tra la gente, nei visi delle persone che affollano i marciapiedi del centro o le periferie silenziose dove riposa qualche nuvola fumosa. La racconteranno nei libri, questa storia di treni e scappatoie, la racconteranno per dovere di cronaca. Con tutti verbi al posto giusto, ma i soggetti scombinati. Senza le imperfezioni ortografiche di chi osserva di getto. Senza nemmeno l’intuizione di dover necessariamente mentire. Semplicemente, con l’impersonalità di chi sa che le occasioni appartengono sempre a qualcun altro, magari al vicino di casa, quello con l’erba sempre più verde. Un prato finto, per seppelirci il suo universo, e farci passare un’autostrada di niente.
In ogni goccia, c’è la consapevolezza di non essere mare. Ma c’è anche il desiderio di esserlo, come se le cose che non si è fossero quelle più impossibili da accettare. L’impossibilità, a volte, è più affascinante del possesso; l’inadeguatezza più dolce della qualità. Non è nelle proprie capacità che si cela la soddisfazione, semmai in esse giace la voglia di scoperta. Nell’osservazione del mondo e dei suoi esseri viventi, nelle loro individualità bramate: lì si nasconde lo scopo a cui tutte le anime tendono.
Ma ogni goccia, da sola, non può proprio esserlo: non può essere mare. Ogni goccia ha bisogno di miliardi di altre gocce per costruire faticosamente il proprio destino. Nella collettività essa scopre l’assurda contrapposizione della propria unicità. Nella collettività comprende – ed è una comprensione repentina e sconvolgente – il suo essere parte di un progetto superiore.
No, una goccia non può essere mare. Ma ne è certamente parte, e questo basta a costruire la sua meravigliosa storia.
Dici che dove sei ora riesci a vedere il mare, o almeno il suo ricordo. Che le giornate sono sempre più lunghe man mano che si avvicina la bella stagione. Avevi tanti progetti chiusi nel cassetto ma ti sei scordato dove hai gettato la chiave. E i sogni sono sempre lì ad invecchiare dove li avevamo lasciati. Non c’è nemmeno più il tempo di correre dietro alle contraddizioni, che anche loro si sono ritagliate uno spazio in mezzo a tutto questo catrame. Hanno chiuso il bar che ti piaceva tanto, ormai nemmeno lui potrà aiutarti a non dimenticare. Che scrivo sempre le stesse parole, che ho in testa sempre le stesse idee. Penso che quando parliamo è ancora dolce com’è sempre stato. Anche se spesso ripetiamo cose già dette. In fondo ogni nome acquista di volta in volta un significato nuovo, l’importante è che ce lo facciamo bastare. Ce lo faremo bastare. Mentre leggi conti le lettere alla ricerca di un destino. È una cosa nervosa. Il destino, intendo. Che non riesce a passare, che non vuole passare. Hai tutte queste angosce che a volte me le sento addosso pure io. E ci facciamo compagnia persino nelle nevrosi. Poi ci dividiamo i compiti per non avere troppe cose in comune, perchè ad essere troppo simili si rischia di scoprirci veramente. Non mi importa se di complimenti te ne ho già fatti abbastanza. In realtà ce ne sarebbero tanti altri da inventare. Che oggi vedo tutto rosso. Tutto di un colore. Lo abbineremo come abbini le frasi. Perchè dici che in certi discorsi alcune stanno meglio di altre. E non c’è mai il momento giusto per metterle in piedi. Il momento giusto per non sbagliare. Che siamo sempre troppo lontani. Che non saremo mai abbastanza vicini.
Sarà il Natale della crisi. il Natale delle vacanze saltate. il Natale della Sterlina che vale quanto l’Euro. il Natale dei tiggì che inquadrano i negozi vuoti ma tanto si sa che non è vero ed è solo perchè fanno le riprese alla mattina. il Natale della svolta. il Natale della rivolta. il Natale dei baci mai dati. il Natale delle promesse non mantenute. il Natale dei desideri più puri. il Natale delle angosce sfrenate. il Natale delle risate. il Natale dei pianti bruciati nel camino. il Natale di Pippo, e quello di Topolino. il Natale dei disillusi. il Natale dei ribelli. il Natale dei conformisti. il Natale dei generosi. il Natale degli infaticabili lavoratori. il Natale delle tredicesime spese male. il Natale dell’odio, il Natale dell’amore. il Natale dei rimpianti. il Natale dei rancori. il Natale delle gioie, il Natale dei dolori. il Natale delle speranze lontane. il Natale della scoperta. il Natale del buonumore. il Natale dei conti fatti. il Natale delle cose da fare. il Natale dei sogni nel cassetto. il Natale delle stelle comete senza coda. il Natale dei prepotenti. il Natale degli indifesi. il Natale dei dimenticati. il Natale dell’assenza. il Natale dell’ipocrisia. il Natale dell’allegria. il Natale dei pacchetti scartati, e di quelli lasciati lì a marcire. il Natale delle contraddizioni. il Natale dell’intermittenza.
Sarà soprattutto il Natale di un bambino che nasce, e di un altro migliaio che muore.
il Natale di fame. il Natale di freddo. il Natale di cuore.
Il bello della vita è che essa è commedia e tragedia allo stesso tempo. La vita è questo: l’armonia nelle contraddizioni. Per questo non esistono parole che riescano a descriverla veramente. Il linguaggio che utilizziamo non è che uno strumento riduttivo della realtà concreta. Non siamo in grado di rendere giustizia alle sensazioni, ai suoni, ai profumi, alle emozioni che contraddistinguono il nostro vivere quotidiano. Soprattutto, non siamo capaci di parlare di quello che è il fulcro dell’umanità: l’amore.
Un’entità così tangibile, così universale, non ha alcuna frase, verbo o retorica che la possa spiegare. Nemmeno la poesia, neppure lei è sufficientemente solenne per riuscire a trasmettere totalmente il significato più intenso dell’amore. Perché l’amore appartiene a tutti, ed in nessuno si svela nel medesimo modo. Così, anche il concetto più universale finisce per divenire talmente soggettivo da essere inesprimibile.
L’amore è l’essenza, e come ogni essenza essa esiste nelle profondità delle cose: in un punto talmente nascosto che ne preserva il valore, che ti fa sentire che c’è, che è lì, ma lì dove nessuno potrà mai metterci bocca.
Le zanzare sono sempre più grandi e voraci. Ce n’è una che mi fa compagnia ogni notte, la sento ronzare nella stanza e avvicinarsi al mio orecchio, proprio prima che il sonno sopraggiunga. È il vecchio gioco del gatto col topo. La ascolto a luci spente mentre mi svolazza accanto al viso, aspetto che si posi. Poi accendo la luce e la trovo appollaiata sul muro, in attesa. Un colpo di ciabatta, ed una passata con un fazzoletto per pulire il sangue spiaccicato. Chissà a chi è appartenuto prima di finire nello stomaco dell’insetto.
E mi gratto continuamente, perchè la stronza è riuscita comunque a pungermi. Allora forse il sangue era mio. Era mio e di mille altri, tutto mescolato. Ogni notte è diventata questo: un prurito continuo. Bozzi sulla pelle che poi si fanno rossi al mattino. Forse la colpa è del caldo, se tutte queste succhiasangue sono ancora in giro.
Oggi mi sono arrivate delle foto che ho fatto stampare. Tutte belle, anche se un po’ scure. Sto in questa fase un po’ così: immagini scure, bianco e nero, forte contrasto. Mi piace questa decadenza che scurisce i volti delle persone. Mi piace l’effetto bruciato, il buio che sbiadisce i contorni, le ombre e le luci sulla pelle. Mi piacciono le sfumature, ma quelle sfumature in scala di grigio che separano il bianco dal nero.
Mi avevano proposto di partecipare ad un’esposizione collettiva. Ho rifiutato perchè non faccio in tempo a preparare le immagini. Poi non so nemmeno che immagini preparare. Paesaggi? Foto di strada? Autoritratti? Cosa piace alla gente, non lo capisco. Qualcuno commenta le mie foto, ma vai a capire se lo fa perchè gli piacciono davvero oppure perchè ci capisce ancora meno di me. Comunque peccato, mi sarebbe piaciuto esporre. Sarà per un’altra volta, grazie e arrivederci.
Mi dicono che sono più simpatico delle cose che scrivo. Che sulla carta appaio troppo serioso, ma poi a conoscermi sono spiritoso. Probabilmente è vero. Certe volte mi sto sulle palle persino io. Sono noioso, e questo è quanto. O magari non lo sono, ma questo è ciò che appare. Non lo so, non mi interessa. Sono così punto e basta. Vado avanti per la mia strada e continuo a scrivere nello stesso modo. A me piace, anche ad altri piace. E allora.
Una volta che sei dentro alle cose non puoi più tirarti indietro.
Queste finestre illuminate sono occhi
spalancati sulla città silenziosa.
Ho messo del ghiaccio nella ciminiera per fermare la fusione:
non esplodiamo.
Abbiamo perso la mano, ci teneva incollati,
sarà caduta nella neve tra gli occhi di cane,
le teste mozzate del serial killer degli orti
o i morti già sepolti dimenticati nel quartiere.
Abbiamo perso persino lei, la neve.
Non che ci servisse a molto, se tutto si scioglie
a causa delle finestre illuminate.
TUTTA COLPA DELL'ESTATE
Un romanzo sull'amore, sull'amicizia, e sulla necessità di diventare grandi.
Visita il sito per leggerlo:
colpadellestate.altervista.org
FRAMMENTI SPARSI
Clicca qui per scoprire come avere il libro con il meglio delle poesie e degli scritti del blog!
Contact me
Se devi dirmi qualcosa di urgente o top secret, scrivimi apaddino@gmail.com
Attenzione: il contenuto di questo blog è protetto da licenza Creative Commons. Alcuni diritti sono riservati.
* A beautiful mind
* A proposito di Schmidt
* A.I. Intelligenza artificiale
* E.T.
* Eternal Summer
* Eyes Wide Shut
* Forrest Gump
* Ghostbusters
* Gioventù bruciata
* Glue - Historia adolescente en el medio de la nada
* I 400 colpi
* I ragazzi della 56a strada
* Il ritorno
* Il sorpasso
* Jurassic Park
* L'attimo fuggente
* L'età acerba - Les roseaux sauvages
* L'isola dell'ingiustizia, Alcatraz
* Mare dentro
* Mysterious Skin
* Nemmeno il destino
* Neverland
* Papà ho trovato un amico
* Profumo. Storia di un assassino.
* Psycho
* Salò o le 120 giornate di Sodoma
* Stand by me - Ricordo di un'estate
* Superman
* The assassination
* The Goonies
* The Truman Show
* Un mondo perfetto
* Y tu mamà, también
I libri che ho divorato
* Aperto tutta la notte (David Trueba)
* E se c'ero, dormivo (Francesco Piccolo)
* L'allievo (Patrick Redmond)
* Le domande di Brian (David Nicholls)
* Meno di zero (Bret Easton Ellis)