Quando mi muovo in macchina normalmente ascolto musica. Ma non sempre. Certe volte in auto mi piace spegnere completamente la radio, rilassarmi, ed ascoltare i rumori della strada.
Soprattutto il sabato sera, di rientro dall’uscita settimanale con gli amici, con gli occhi un po’ assonnati ed i muscoli mezzo rilassati che già si stanno abbandonando al tepore del sonno, io premo il pulsante di spegnimento dell’autoradio, e mi faccio attraversare dai rumori che provengono da fuori. Il motore che romba tra le stradine di provincia, qualche clacson in lontananza dei perenni incazzati, il cigolio dell’abitacolo invecchiato, il borbottio del freno motore dopo una cambiata un po’ aggressiva. Tutti suoni comuni, che assumono d’improvviso una grande importanza. Sono i suoni della quotidianità, quelli di cui spesso ci dimentichiamo l’esistenza. Sono i rumori che ci tengono incollati alla vita, alle cose normali, alla città - la grande, inarrestabile città - che diviene per un breve tragitto una cosa “nostra”; qualcosa che ci appartiene, che è parte di noi, qualcosa che ci ha visto crescere e ci ha visto invecchiare, che raccoglie i piccoli frammenti della vita di ogni uomo, i suoi viaggi, le sue storie, i suoi incessanti battiti sonori. È come se tutto si fondesse, diventasse la dimostrazione lampante del nostro esistere; dell’essere qui, e dell’esserci ora.
È come recuperare l’antico senso che l’uomo sembra avere oggi perduto. L’udito. O l’ascolto. Comunque qualcosa che in noi è innato, e non importa se lo riscopriamo soltanto in quella breve mezz’ora.
In quel simbolico viaggio dove riscopriamo di essere parte di questo mondo, e la musica più bella è proprio quella di quel mondo, qul mondo là, fuori.
Facciamo a pezzi i pensieri con l’illusione di digerirli meglio, deglutiamo con un rumore sordo quello che non riusciamo proprio a masticare. Evitiamo di strozzarci credendo di essere in salvo, ma l’assimilazione dei contenuti è un processo lungo e laborioso.
A volte sputiamo sentenze solo perchè non ci vanno nè su nè giù, le vomitiamo di getto in faccia alle altre persone.
Ci ripuliamo il cuore dal suo sangue raggrumato con un fazzoletto candido che poi appollottoliamo nel cestino della differenziata. Così, credendo che lo si possa riciclare. Che ritorni buono per un altro cuore, un domani non troppo lontano, in un posto non distante da qui.
I nostri sogni sono avanzi di una realtà istintiva, tagli di pellicola scartati dal montaggio finale, mescolati tra loro a dare un improbabile risultato. Inverosimile e atrocemente crudele. Così lontano dalla concretezza da divenire indissolubilmente tangibile.
Siamo persi in un’odissea di cui è difficile conoscere l’epilogo.
Siamo persi.
Tutto comincia da questo post di L’AltraStanza.
Si parla di bambole, di Barbie e di Ken. E a me viene seriamente da pensare al tremendo rapporto che esiste tra questi due.
Tanto per cominciare, ho sempre avuto la seria sensazione che Ken sia sempre stato uno zerbino nelle mani di Barbie, che poi è il prototipo per eccellenza della donna soggetto (il contrario di quella oggetto) con deliri di onnipotenza e maniacali personalità multiple.
Prova ne è il fatto che Ken sia sempre rimasto lo stesso durante tutto il periodo in cui ha mantenuto un rapporto con la suddetta, senza manifestare mai particolari manie di protagonismo, che invece hanno più volte caratterizzato il bipolarismo petulante di lei, ora donna manager, ora impresaria d’alta moda, ora bagnina californiana, ora -persino!- scafista pugliese. Lui si è sempre mantenute in disparte, lontano dai riflettori e dalle mode, silenzioso ed introverso nonostante fosse oggettivamente un bel ragazzo che avrebbe potuto meritare di più
Se ci fate caso, in questi (quanti saranno? 40? 50?) anni l’aitante bambolona ha sfornato più trasformazioni della cantante Madonna, fornendoci un’immagine di sè sempre scattante, sempre invidiabile, sempre in carriera. Wikipedia elenca solo alcuni dei più famosi lavori interpretati da Barbie, ed io mi limito a citare i più fantasiosi: astronauta, ambasciatrice dell’Unicef, candidata e poi presidente degli Stati Uniti, pompiera, skater, pilota Nascar, e persino insegnante di Spagnolo o - ancor più bello - del linguaggio dei segni!
Nell’anno della sua creazione, l’idea era fare di lei un esempio lampante della nascente parità dei sessi, poi esplosa nell’epoca del femminismo, e questo ha richiesto l’assegnazione di lavori prettamente maschili o quantomeno particolari per una donna, sopratutto una bella donna quale è lei e con un nome francamente molto più adatto ad una Escort piuttosto che ad una ambasciatrice dei diritti umani.
Ma il problema è: in tutto questo, Ken invece cosa ha fatto? Sarà almeno stato vicepresidente USA? Assolutamente no. Ken non è stato nulla, praticamente nulla. Anzi, è stato talmente poco importante che in Wikipedia non ce l’ha neppure, una pagina dedicata. Fra un po’ ce l’ho pure io, ma Ken no. È stato sempre e solo il compagno di Barbie, un’ombra scura che la seguiva offuscata in tutte le occasioni dalla sfolgorante luce di lei.
E così, l’emblema della parità dei sessi finisce per diventare tutto il contrario, cioè l’emblema di uno sbilanciamento pesante con la donna superiore e l’uomo zerbino. Un ribaltamento dei ruoli portato all’eccesso.
La morale che una tale storia dovrebbe portare con sè è la seguente: d’accordo l’amore, ma il zerbinismo mai!
La sudditanza psicologica di Ken nei confronti di Barbie dovrebbe essere monito per tutti gli uomini per comprendere che ad essere troppo servili con la propria compagna non si va da nessuna parte. Non solo, è facile notare che la sudditanza non viene affatto premiata dall’amata, anzi vi è una scarsa ricompensa anche nell’intimità sessuale. Per ragioni di correttezza morale, infatti, Barbie e Ken non hanno mai avuto un amplesso; anche perchè i costanti impegni di lei non hanno mai reso possibile la cosa, e di certo l’assenza di genitali ben definiti sui bambolotti non è stata d’aiuto. Dunque Ken non potrà mai addurre la scusa di essere stato uno schiavo perché questo gli ha procurato un ritorno edonistico. Si crogiolerà piuttosto per sempre nel suo dolore, si dedicherà forse alla masturbazione, nell’incapacità di aver dimostrato la sua natura di uomo e di aver quindi “tirato fuori le palle”, oggetti di cui è peraltro formalmente sprovvisto.
Oggi, nel 2008 Annus Domini, sarebbe il caso di cambiare le cose e concedere a Ken una possibilità di riscatto o quantomeno un breve ma intenso periodo di sfogo. Sarebbe cioè il caso di regalargli una nuova compagna che lo consoli nei momenti di sconforto ed infelicità.
Potrebbe essere opportuno creare una Barbie amante, alter-ego porca e permissiva della protagonista arrivista e prepotente, che faccia a Ken tutto ciò che lui chiede. Oppure una Barbie battona, che sarebbe da pagare ma quantomeno non avrebbe limitazioni.
Sì, queste sarebbero due buone soluzioni. Nella speranza che non si ritorcano anche loro verso il povero Ken: mantenere un’amante ricattatrice e pretenziosa ed una maitresse ingorda non sarebbero proprio due allettanti prospettive.
Lasciami qui.
Lasciami immobile.
Lasciami solo.
Tra un sottile taglio di luce ed un’ombra impertinente, giochi di chiaroscuri che mi sfiorano la pelle. Ne cambiano la forma, il colore. Enfatizzano i difetti e scuricono il volto.
Non sorrido. Non piango, nemmeno. Rimango qui, semplicemente; un volto avvolto nell’oscurità che osserva con attenzione. Appoggiato a questa parete, potrei aspettare per sempre, trascorrendo il tempo a scrutare altri volti, a respirare sensazioni. Ad ascoltare i rumori di una notte tremendamente silenziosa, chiusa nel mutismo angosciante di una tranquillità troppo clandestina, troppo meschina; ed inconcludente, anche.
Mi riconosci?
Mi hai mai conosciuto davvero?
Credi che sia qui per te, come una maniacale ossessione che ti segue tra le ombre malinconiche di un pensiero cattivo. Mi temi?
Lascerò che tu pensi di avere ragione. Sono qui per te: per non lasciarti andare. Per trasportarti con me in quel mondo che eviti con cura. Quello in cui il bianco perde il suo spessore, si trasforma in un colore sbiadito che con difficoltà riesci a vedere.
È il mondo dell’anima, questo.
Ed io ci sono caduto dentro senza averne cognizione. Ho abituato lentamente i miei occhi alle sue luci intense, uno sguardo dopo l’altro, di consapevolezza in dolore, di dolore in commiserazione. Ed ora lucidamente scorgo con certezza il mio destino. Ora finalmente comprendo il senso di questo mio dover rimanere. Qui. Immobile. Solo.
Perciò lasciami, appoggiato a questa fredda parete.
Sono completamente nudo, ma non mi vergogno più di mostrarmi per ciò che sono. Per la prima volta mostro me stesso. Non avrei mai dovuto vergognarmi del mondo, perchè non è il mondo che doveva comprendere me. Ero io a dover capire. E solo adesso ho capito davvero.
Te lo farò vedere, se vorrai. Ciò di cui non devi avere paura. L’io, il tu.
Ma prima chiudi gli occhi, e respira piano. Ascolta i chiaroscuri che ti percorrono con docile calma. La dolcezza di ciò che ti avvolge.
I piedi, le gambe; il torace che gentilmente riscalda il cuore. Il viso. Non hai più espressione, neanche tu. Non sciuparle per questo mondo: tutto è in te. Lascia che scorrano nelle tue vene, che alimentino la tua mente.
Ecco, la vedi anche tu? Anche tu scorgi l’anima?
È tutto scuro, non è vero?
Se non hai pazienza, è scuro e indistinguibile.
Respira, respira ancora.
Quando la vergogna scomparirà, non arrossirai più nel guardarti dentro.
E tutto diverrà improvvisamente più chiaro. Come l’avessi saputo da sempre, ma non avessi avuto il coraggio di farlo uscire mai.
Alla fine le ho comprate, quelle cazzo di scarpe che ti piacevano tanto. Proprio quelle bianche con la striscetta rossoblu centrale, di quella marca americana molto trendy che dicevi sempre “mettono tutti i giovani di oggi”. Io ero giovane, non potevo non metterle.
Peccato che da giovane non mi siano mai piaciute. Ho iniziato a farmele piacere da vecchio. Vecchio e rompipalle.
Che poi, a dirtela tutta, nemmeno adesso le adoro particolarmente. Mi fanno sembrare un deficiente che non sa abbinare i colori e gli stili. Vesto elegante, con ai piedi scarpe da ginnastica. Scarpe di una tinta completamente diversa da quella del vestito, e con quella striscia rossoblu al centro che nemmeno un quindicenne.
Ti chiedi perchè le abbia prese, allora. Me lo chiedo anche io, ed il bello è che non so darmi una risposta. Ho fatto tutto d’istinto, un giorno di qualche settimana fa, passando davanti alla vetrina di quel bel negozio in centro; quello un po’ tamarro con l’insegna luminosa e la vetrata molto alla moda. Le scarpe stavano lì, tra un giubbotto sgargiante ed una cintura colorata, con appiccicato il loro bel cartellino “85 euro”. Loro, e la striscia rossoblu che ti mandava al settimo cielo.
Sono entrato, e non so perchè. Dentro c’era questa ragazza, avrà avuto poco più di vent’anni, un culetto basso e ben formato ed una dentatura bianca come il vestito che indossava. Mi ha detto desidera ed io ho detto sì, desidero.
È così che le ho provate: ed erano perfette. Talmente perfette che le ho tenute addosso pure quando sono uscito dal negozio, mentre la ragazza col culetto basso mi guardava allontarmi. Mi ha sorriso: e lì allora ho capito che mi stavano proprio bene, che erano un acquisto azzeccato. Anche se non mi piacevano per nulla, erano un acquisto azzeccato.
Suppongo che dovrei dirti che avevi ragione tu, quelle scarpe dovevano essere mie. Senza che ci fosse una ragione precisa per averle. Solo perchè le mettono i giovani di oggi. O i giovani di ieri.
Anche adesso le indosso, sai? Praticamente sempre, non me le tolgo nemmeno quando mi sdraio sul letto. E la cosa è bellissima, perchè se tu ci fossi ancora ti incazzeresti tanto e mi urleresti di levarmele immediatamente. Tu, che le adoravi tanto. Eppure sul letto non ce le avresti mai volute.
Queste cazzo di scarpe rossoblu sono un po’ come noi: già così vecchie nonostante siano nuove.
Sono un ricordo che affiora pian piano, e noi alla fine ci camminiamo un po’ sopra.
È tiepido, questo sole primaverile che mi scalda il cuore. Tiepido ed incolore, nascosto appena da una timida nuvola che si attarda ad andar via.
Lei ha soltanto paura di scappare lontano.
Lei è abituata a piangere, ma ora le si sono asciugate tutte le lacrime.
Anche a lei questo tepore piace. Le piace il calore che la attraversa pian piano, la percorre all’interno da capo a piedi; le regala un’imprevista passione, come un sentimento che non sappiamo provare perchè nessuno ci ha mai spiegato come si fa.
Una cosa così: strana.
Come una variazione di temperatura che solo apparentemente è impercettibile. Ma dentro brucia.
Per chi ha vissuto l’Inverno, la Primavera può solo essere soffocante. Se non ci sei abituato, il sole ti può anche scottare.
Come per quella nuvola, che è rimasta indietro: il caldo le piace, ma la fa evaporare.
E allora smetterà di essere nuvola.
Diverrà aria, e nulla più.
Essere ciò che non siamo mai stati è un giorno d’Aprile ed un viaggio lontano.
Il sole è tiepido, ma tiepido che sembra quasi scottare.
Suppongo che ogni tanto ci stia, uno sbalzo d’umore. L’alzarsi dalla parte sbagliata del letto.
Tutti abbiamo giornate grigie.
- Sei un gran bastardo, lo sai?
- E perchè?
- Perchè mi dici sempre la verità. La verità non è necessaria. Potresti anche mentire, qualche volta.
- Mentire. Come si fa a mentire?
- Si fa, si fa. Basta convincersi di stare dicendo la verità. Si racconta una storia, la si condisce con qualche sorriso. Poi un complimento, qualche frase di circostanza. L’importante è non arrossire mai.
- Ok, ma mentirti adesso a che servirebbe?
- A farmi sentire bene, suppongo.
- Non serve che io menta dicendoti che stai bene per farti sentire bene. La sincerità è ciò che dovrebbe farti sentire bene. Ed ecco la mia sincerità: tu stai bene. Non lo capisci? Se avessi mentito, ti avrei detto: tu stai male. E saresti stato peggio. Ecco dove sta l’inghippo: sei tu che menti a te stesso, quando ritieni che non sia così.
- È complicato.
- Tutti siamo complicati, questo è il problema. Abbiamo centinaia di pensieri che ci frullano in testa. Ma stiamo bene, in fondo, perchè c’è almeno un pensiero che ci ricorda che è così. Almeno uno, fra centinaia.
Noi, siamo uno fra centinaia. Siamo come un pensiero, e come quel pensiero facciamo star bene le altre persone. Perchè gli ricordiamo che è così: che stanno bene.
- Non mi convinci, proprio no.
- Non importa. Ciò che conta è che te l’abbia detto, e che tu ci pensi su. Perchè so che lo farai: ci penserai. E allora sarà servito a qualcosa.
Perchè dentro al grigio c’è il bianco, che poi è l’unione di tutti i colori.
C’era la notte scura, qualche sera fa.
Ma non così scura… diciamo mediamente scura: perchè in fondo in fondo, alla fine della strada, c’era un lampione. Un lampione acceso. Un piccolo, solitario lampione che diffondeva una debole luce.
Dalla sua posizione, Thomas poteva vedere quel lampione in lontananza.
Oddio, in verità non è che vedesse proprio il lampione. La notte era scura, si era detto, quindi il lampione si perdeva nel buio. Però c’era quella luce lì, la sua luce, che sbarluccicava nella notte, e quella sì che si riusciva a vedere.
Quella luce pulsava come una stella in mezzo alle stelle.
No, aspettate: le stelle non c’erano perchè la notte era scura.
Diciamo allora che pareva una stella, proprio come sono le stelle. Lo sapete no, come sono le stelle?
Luminose, certo. E che altro?
Allora: c’era questo lampione, un lampione tipo stella, e c’era Thomas in lontananza che vedeva le stelle, no anzi vedeva un lampione che però gli sembrava una stella.
Siccome a Thomas piacciono le stelle, prese ad inseguirla. Che poi non c’era molto da inseguire, perchè la stella, che era un lampione, se ne stava bel bella conficcata a terra. La stella in verità era in cielo, tipo che sembrava in alto, però siccome era solo un lampione doveva per forza essere piantata a terra. E quindi Thomas correva verso di lei, ma era un lampione e dunque non è che potesse scappare poi tanto lontano.
Però, un po’ la prospettiva, un po’ la notte che era scura, un po’ che la voglia di prenderla era così forte che gli girava la testa, a Thomas pareva proprio di non riuscire a raggiungerla mai quella stella.
Cioè, quel lampione.
Fu più o meno così che correndo gli venne il fiatone. Una roba forte, non da bambini. Una cosa da adulti. Come alla maratona che fanno i grandi.
E Thomas allora si sentì grande.
Perchè era riuscito a provare qualcosa di cui aveva sempre e solo sentito parlare: il fiatone.
I bambini non ce l’hanno, il fiatone. Corrono sempre e non si stancano mai.
Avere il fiatone, pensò Thomas, significa essere diventato adulto.
Povero Thomas, non sapeva che gli adulti non inseguono le stelle.
E che gli adulti lo vedono, il lampione.
Ed un lampione non è una stella. Nemmeno in una notte scura, che poi non era così scura ma diciamo mediamente.
Lo sguardo è già spento. Fissa un punto imprecisato dello spazio. Solo per non perdere l’abitudine di cercare, sempre, quello che non c’è. Solo per credere, fino in fondo, di poter credere ancora.
Aspetto soltanto che mi dicano “Sei morto!”: questa è la verità.
Ma aspettare è ciò che mi uccide.
Questa spasmodica attesa, inerme. Pesante, così pesante.
Il tempo passa, tutto è così fermo. Maledettamente ancorato alle proprie ragioni.
Solo il buio, gira. Avvolge questa stanza dentro un’ansia densa, un fumo scuro che ricopre i dettagli.
Vedere la fine, e non vederla mai.
I contrasti accarezzano il cuore, a volte. Per poi stringerlo in una morsa mortale.
La vorrei, quella morsa.
Ma è gelida, sempre più gelida, ed io qui non faccio altro che congelare.
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